Qualcuno aiuti i compagni a smaltire la sbornia!
Da qualche settimana i compagni sono in preda a una sbornia di euforia. Non sono bastate le amministrative, ci si è messo anche il referendum. L’Italia non assisteva ad una convinta partecipazione degli elettori alle consultazioni popolari da più di un ventennio. Il commento di Gargamella alias Pierluigi Bersani, non si è lasciato attendere: «A questo punto si dimettano!» (che Pigi non spicchi per originalità è risaputo).
Com’era prevedibile, l’esito referendario è stato fortemente strumentalizzato. Il referendum si è trasformato nell’ennesima occasione per esprimere un giudizio politico sull’attività del governo nazionale e, ovviamente, su Silvio Berlusconi.
Per quanto la rivendichino, non sono stati i sinistrorsi ad incassare la vittoria. A vincere è stata la demagogia. La rilevante affluenza degli italiani alle urne trova la principale spiegazione nel timore dell’acqua ai privati, dell’impossibilità di smaltire le scorie nucleari qualora l’Italia fosse tornata all’atomo, di una legge troppo magnanima nei confronti del Tiranno di Arcore.
La demagogia, uno dei tre pilastri della conservazione, come ha avuto recentemente modo di definirla Ernesto Galli Della Loggia, ha potuto manipolare indisturbata la coscienza degli italiani grazie all’assenza di forti argomentazioni che potessero contrastare la dilagante disinformazione “a senso unico”. È riuscita così ad impossessarsi avidamente dei mezzi di comunicazione, dai tradizionali ed innocui volantini ai più recenti e rivoluzionari social network. Secondo un’analisi di Renato Mannheimer il quorum sarebbe stato raggiunto anche senza il supporto della «piazza virtuale», che comunque il centrodestra non è stato in grado di utilizzare. La «primavera araba» avrebbe dovuto far capire l’importanza dei social network, grazie ai quali le rivolte deflagrate nel Maghreb hanno ricevuto l’attenzione della comunità internazionale. Eppure, a quanto pare, gli esponenti del centrodestra italiano, diversamente dai colleghi europei, hanno preferito ignorare l’insegnamento.
Ultimamente, piuttosto che incapace, il Pdl pare apatico. Nel caso del referendum, da apatici è stato chiudersi passivamente nella speranza di un mancato conseguimento del quorum, come da apatici è stato l’invito a disertare le urne. Soprattutto per questo una parte non certo irrilevante dell’elettorato destrorso (si stima intorno al 20%) ha preferito recarsi alle urne disattendendo l’appello lanciato dal partito. Si è dunque trattato di un voto punitivo, che si è fatto espressione della volontà di un cambiamento, cui finora i vertici sono apparsi indifferenti. L’elettorato è stanco del personalismo berlusconiano che caratterizza il Pdl, è stanco dell’impossibilità di designare propri candidati, è stanco, insomma, di un partito che non riesce più a intercettare le simpatie degli italiani. Quest’ultimi in fondo sono ancora affezionati alla politica. Una politica però distante da quella attualmente presente in Italia, che mette al centro delle proprie discussioni problemi concreti di interesse collettivo. Non a caso in passato i referendum hanno raggiunto il quorum solo quando il popolo è stato chiamato ad esprimersi su questioni che non potevano non interessargli, quali, ad esempio, il divorzio, l’aborto, il finanziamento pubblico ai partiti, le interruzioni pubblicitarie.
Intanto il centrosinistra assapori questa “vittoria”, assicuratagli dal torpore che avvinghia il centrodestra. Ma qualcuno aiuti i compagni a smaltire la sbornia: spesso il periodo post-sbronza si rivela sgradevole come una doccia fredda.
Tranquilli, nessuno privatizzerà l’acqua!
Com’è noto, o meglio, come dovrebbe essere noto, gli italiani il 12 e il 13 giugno prossimi si recheranno alle urne per esprimere il proprio parere su legittimo impedimento, privatizzazione della gestione dell’acqua ed energia nucleare. Soprattutto in questi giorni le apparizioni dei politicanti sui mass media si intensificano sempre più. Qualcuno invita all’astensione, qualcun altro ricorda che votare è un dovere civico, qualcun altro ancora dichiara addirittura inutile il referendum. Insomma, siamo alle solite. Fra le voci dissonanti di questo coro, però, se n’è levata una più stonata. Matteo Renzi ieri ha cantato chiaro, seppur in falsetto: «Dico no al quesito sulla remunerazione dell’investimento: è una norma del governo Prodi nel 1996, ministro Di Pietro. Senza questa norma si bloccherebbero gli investimenti per acqua e depurazione». Dunque, tre sì e un no. A quanto pare il discolo “Rottamatore” si è documentato. Chapeau! Ultimamente, infatti, non è difficile trovare convinti nuclearisti che affermano che l’esplosione dei reattori di Chernobyl non fu una catastrofe. Come altrettanto facile è imbattersi in “acquaioli” timorosi di una privatizzazione dell’acqua.
Il pensiero dell’acqua “privatizzata” intimorisce allo stesso modo – se non più – della minaccia nucleare. La realtà, però, è molto rassicurante. Basta una lettura della legge Ronchi per scongiurare la paura. Innanzitutto, a scanso di equivoci, si chiarisce più volte che l’acqua è e resterà un bene pubblico (all’articolo 15 si parla di «piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche, il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche.»). A essere privatizzata è infatti la sola gestione degli acquedotti, affidata tramite gare pubbliche ad aziende di qualsiasi tipo, siano esse pubbliche, private o miste, dove la partecipazione del pubblico è pari ad almeno il 40%.
Secondo quanto dichiarato ultimamente dall’Ocse, la privatizzazione della gestione dell’acqua è essenziale non solo per lo sviluppo economico, ma soprattutto per migliorare i servizi. In Italia la situazione è allarmante. I dati elaborati dalla Banca d’Italia nel 2007 sulla dispersione idrica dimostrano che le perdite ammontano mediamente al 30% con punte del 70% al sud. Si stima quindi che per la riparazione e l’ampliamento delle reti idriche siano necessari, per i prossimi 20-30 anni, 40-60 miliardi di euro. La causa di tutto ciò è ovviamente ravvisabile nella mancanza di investimenti, che il privato non è legittimamente disposto a impiegare, vista la mancanza di congrue retribuzioni. Con la privatizzazione della gestione dell’acqua si assisterebbe dunque ad un leggero incremento delle tariffe. Ma questo è il male minore, se si pensa che attualmente le risorse che i gestori non riescono a reperire a causa delle tariffe troppo basse, imposte ovviamente dai politici per ricevere consensi elettorali, vengono recuperate attraverso le tasse.
In linea generale il decreto Ronchi non fa nient’altro che integrare all’interno della legislazione italiana le norme europee, che promuovono la liberalizzazione della gestione idrica. Secondo le sentenze 24 e 25 del 12/1/11 della Corte Costituzionale, la vittoria dei sì, ossia l’abrogazione parziale del decreto, comporterebbe comunque l’applicazione delle direttive europee, che andrebbero a coprire le lacune normative lasciate dalla legge.
Riguardo il nucleare e il legittimo impedimento credo sia lecito lasciare ad ognuno la facoltà di esprimersi secondo la propria coscienza. Mi sento però di consigliarvi di riflettere bene circa la “privatizzazione” dell’acqua. Vi invito a ricordare i pochi, ma illuminanti dati che ho potuto prospettarvi. Senza tanta retorica, ricordiamo che l’acqua è un bene che rischia l’estinzione a causa dell’utilizzo dissennato. Il decreto Ronchi non è certo la soluzione, ma è pur sempre un modo per riconoscere all’oro blu il valore che merita.
Pensieri liberi di un Arcitaliano “moderato”
Non lo avrei mai pensato, eppure scrivere il primo post è cosa ardua. Provo a concentrarmi ma il panico della schermata bianca pare avere la meglio. Non voglio parlarvi di me, perché sono certo che non ve ne importa un fico secco. Anzi no, una cosa di me voglio dirla: non sono italiano, ma arcitaliano. Sicuramente avrete arricciato il naso: ma tu senti questo, che impudente!
Al giorno d’oggi l’Italia pare infatti madre di figli che si vergognino di dimostrarle il proprio affetto. Sarà troppo vecchia? Ma se ha “solo” 150 anni! Eppure, anche se lo fosse non bisognerebbe starle più vicino? Ecco, a me questa “vecchietta” – sempre che crediate che lo sia – fa molta tenerezza. Tutti la criticano, tutti le inveiscono contro, tutti le palesano di non sentirsi italiani, «ma per fortuna o purtroppo lo sono». Bene, anche io vi paleso che odio la musica di Gaber e quanto vi sia di anti-italiano. Forse stiamo alzando un po’ troppo i toni; ma non mi va di sembrare un estremista già dal primo intervento: sono un arcitaliano moderato, io. Come Pisapia, “il prototipo vivente del moderato”, di cui parlava pochi giorni fa l’ex manager della Fiat Cesare Romiti in un’intervista a Repubblica. I borghesi di Milano “hanno dormito per un bel po’ di tempo – proseguiva -. Se adesso si sono svegliati e tornano in campo, è un buon segno”. Milano, la città più “azzurra” d’Italia, la roccaforte del berlusconismo, è stata espugnata dal rosso Pisapia. Allo stesso modo il rosso ha tinto anche Trieste, Cagliari, Napoli (qui, per essere precisi, è passata dal rosso all’arancione).
Ma come si spiegano le scoppole? Detta in maniera brutalmente telegrafica il segreto dell’insucceso destrorso è concentrato nel trinomio “vetriolo – impopolarità – nazionalizzazione”. Alla luce dei risultati infelici il centro-destra dovrebbe aver dunque capito, senza troppe elucubrazioni, che: a) tanto la demonizzazione dell’avversario quanto la violenza verbale non premiano; b) le candidature devono essere il frutto di una consultazione preventiva con l’elettorato; c) la gente vuole assistere a dibattiti che vertano su programmi e non sull’attività del Governo nazionale.
Al momento pare, tuttavia, che il Pdl abbia intenzioni serie di riformarsi. Dalla dirigenza promettono la riorganizzazione dell’organigramma (si prevede addirittura l’introduzione della figura del segretario), primarie, l’apertura di una ricca stagione congressuale, che dovrebbe culminare in un congresso nazionale nel 2013. Sperando che non restino promesse…